Running Italia

Atletica, podismo e allenamento per i runners

Quei passi di corsa verso la felicità

di Pietro Cristini - Gio, 13/10/2016 - 12:18
Perseguire la felicità può diventare la motivazione regina che ci spinge a correre

“La felicità è più leggera di una piuma; nessuno sa afferrarla”

Zhuangzi, filosofo taoista IV sec AC


Quando si affronta il tema della felicità si entra in un campo davvero impegnativo d’indagine filosofica che riguarda un possibile senso con cui rapportarsi alla vita di ogni giorno.

Ogni uomo, più o meno consciamente, ricerca la felicità seppur in modi diversi, per cui domandarsi se la pratica della corsa sia in grado di farci assaporare almeno qualche suo sprazzo non è comunque un esercizio fine a se stesso. Taluni (*) infatti sostengono, ed il sottoscritto è uno di quelli, che perseguirla correndo potrebbe addirittura diventare la motivazione regina per indossare le scarpette.

Una visione ben diversa da quella "quantitativa” che si limiterebbe ad inanellare chilometri su chilometri per anni senza riuscire ad afferrarla come ci ricorda il filosofo taoista. Il compito è comunque arduo per la difficoltà d’indicare un perimetro certo della medesima variando molto da un soggetto all’altro il significato attribuito alla felicità; proverò, in ogni caso, ad offrire qualche spunto di riflessione sul tema.


Immergersi nella corsa e dissolversi in essa

Nell’indicare una delle possibili condizioni creatrici di "felicità podistica” inizierei dal consiglio di non oggettivarla, di non viverla come altro da sé o distante da sé. Correndo in modo continuativo si finisce per alimentare la sensazione di "diventare, in qualche modo, progressivamente corsa" dimenticando se stessi; dapprima iniziando a pensare di diventare corsa e, successivamente, realizzando quella mirabile fusione nella corsa espressione di un runner pienamente immerso e dissolto in essa.

Questa condizione psicologica andrebbe perseguita evitando forzature per raggiungerla ad ogni costo, procedendo gradualmente nella modalità "just doing it” ossia correndo rilassati, assumendo un atteggiamento gentile verso se stessi consci che la ripetizione di un gesto atletico finirà per essere incorporato nella parte più sottile di noi stessi.

Un ritmo eccessivo, una esecuzione poco consapevole dei singoli movimenti in corsa, l’impegnarsi in uno sforzo sovrumano apportatore di sofferenza psicofisica eccessiva non contribuirà alla sua ricerca anche se una corrente di pensiero sostiene addirittura che" se non c’è fatica nel correre è un giorno perso”. Quest’ultimo adagio mi sembra non rappresenti pienamente il variegato mondo runner nel quale molti, nelle loro sgambate, ricercano il piacere della corsa, il senso di libertà ch’essa dona a chi sa interpretarla senza troppi schemi mentali. La felicità non si trova certo nel faticare oltre misura, né nella mancata sincronia di corpo e mente: alloggia altrove ed ognuno di noi, in qualche modo, ne va alla ricerca.


Coltivare la fiducia in se stessi valorizzando quanto si riesce a fare

La seconda condizione è riassumibile nel principio di evitare lo stress da corsa proveniente spesso dal programmare e praticare allenamenti nella zona impegnativa o molto impegnativa come, ad esempio, correre oltrepassando il confine della condizione fisica raggiunta ed inseguire ritmi non ancora sufficientemente metabolizzati, alimentando una piccola/ grande frustrazione che va ad insinuarsi nella psiche, impedendo di godere del momento che si sta vivendo.

Meglio orientarsi a valorizzare sul piano mentale quanto si riesce a fare nell’oggi coltivando la fiducia in se stessi, apprezzando le consuete uscite ed i normali lavori in pista senza essere sommersi da pensieri o da emozioni che potrebbero condizionare il rendimento quali la paura di non farcela o alimentando una esagerata speranza di ottenere un certo risultato.



corsa

Condurre una gara in modo accorto

La partecipazione a qualche competizione può procurarci felicità, appagamento quando si riescono a raggiungere quegli obiettivi che ci si era prefissi mantenendo una condotta di gara accorta, evitando di lasciarci governare dal solo entusiasmo o dalla buona volontà, evitando di sostenere uno sforzo iniziale superiore alle necessità. Allora dopo l’arrivo si prova un momento di leggerezza, di pienezza ove si dimenticano tutti gli sforzi fatti e ci si abbandona a gustare il "dopo” con la voglia di ripetere al più presto un’altra piccola/grande impresa.

Sono proprio questi attimi che vanno colti per ricaricare in modo equilibrato il proprio serbatoio dell’autostima, per rimettersi in gioco e riprendere un percorso verso traguardi più impegnativi. Perché il senso profondo per chi corre è quello di riuscire a mantenere dentro di sé le giuste motivazioni per andare oltre, per correre meglio e un po’ più veloci.


Apprezzare il fisico pienamente funzionante

Un’altra fonte di felicità, forse non adeguatamente valorizzata, proviene dall’apprezzamento di avere un corpo pienamente funzionante ed in forma: non è prerogativa di tutti poterne usufruire in un mondo popolato da tanti podisti afflitti o disturbati da innumerevoli "fastidi fisici”. E’ una condizione che quando la si vive si dà per scontata: si tratta invece di una particolare ricchezza fisica e psicologica. Un dono da apprezzare e valorizzare.

Soffermiamoci su questa sensazione di " sentirci in forma”, apprezziamone le potenzialità evitando di sprecarle senza pervenire ad un orgoglio senza senso e indirizzarle verso quanto ci sta a cuore sul piano atletico.


Saper cogliere il giusto ritmo di corsa

Altro momento particolare di ebbrezza psicologica, di felicità soffusa, si coglie quando, dopo esserci a lungo osservati nel proprio intimo, si riesce a sviluppare la sensibilità di tenere il ritmo più consono alla reale condizione atletica e conformarlo a quello interno creando momenti di sincronia non episodici.

Saper "sentire” il ritmo, applicarlo, sostenerlo con facilità credo sia l’essenza della corsa. Non significa "correre forte” come si usa dire tra podisti: vuol dire riuscire semplicemente a trovare una cadenza di passi appropriata, equilibrata senza fare sforzi eccessivi mantenendo una certa decontrazione.

Solo allora la corsa fluirà dal nostro centro interiore per tramutarsi in una falcata dignitosa, cadenzata senza dover esercitare continui sforzi di volontà, rimanendo mentalmente presenti ad ogni istante per gustarla sino al midollo, manifestando piuttosto uno sforzo gioioso ed entusiasta apportatore di energia positiva.

Di questa filosofia ne è certamente un interprete Gianmarco Tamberi, recente primatista italiano di salto in alto con la misura di 2 metri e 39 cm e, sfortunatamente, non presente alle recenti olimpiadi di Rio causa infortunio quando afferma: “La gara deve essere gioia, impegno e divertimento totale. Negli altri sport si festeggia, si ride, l’atletica è troppo seria. C’è l’idea che si debba tenere la testa bassa ma io non lo capisco; salto bene solo se mi diverto" ( La Stampa, 16 Luglio 2016).

Se lui riesce a divertirsi volando sempre più in alto perché non dovrebbero riuscirci i podisti correndo più forte o in modo rilassato?


(*) Jeff Galloway nel suo recente volume" Mental training per la corsa" Elika Editrice pag 13 sostiene che" la corsa è uno dei modi migliori per innescare la produzione di peptidi che ci infondono speranza e positività".

Ha vissuto una parabola podistica lunga 50 anni come agonista, amatore e, infine, come praticante della corsa benessere. Nel 2009 ha pubblicato " Essere Corsa" ( Edizioni Del Faro ) e, nel 2015, " Correre con la testa" ( Fusta...

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